Sì. Lo scopo di restaurazione di Dio si estende oltre il corpo fisico. Gesù dichiara in Luca 4:18-19 di essere stato unto per proclamare il Vangelo, guarire i cuori spezzati, portare libertà ai prigionieri e liberare gli oppressi. Isaia 61:3 continua questa bella immagine descrivendo lo scambio della bellezza per la cenere, dell'olio di gioia per il lutto e del manto di lode per lo spirito di abbattimento. L'unzione è quindi strettamente collegata agli scopi restaurativi di Dio. Nei tempi biblici, astenersi dall'unzione personale era comunemente associato al lutto, all'angoscia e al dolore. Quando il periodo di lutto di Davide terminò, egli si alzò da terra, si lavò, si unse, si cambiò d'abito ed entrò nella casa del Signore per adorare (2 Samuele 12:20). La sua azione comunicò visibilmente che il periodo di lutto era terminato e che stava tornando alla vita ordinaria. L'unzione portava quindi un significato profetico di restaurazione ben prima di diventare associata principalmente alla pratica formale della preghiera per i malati.
Quando si prega per la guarigione emotiva o spirituale, l'unzione può esprimere fede nell'opera restauratrice di Gesù Cristo. L'olio stesso non rimuove il dolore, non guarisce le ferite emotive né produce santità attraverso le sue proprietà fisiche. Piuttosto, rende visibile la nostra fede nelle promesse di Dio. La realtà spirituale verso cui indica è la presenza e il potenziamento dello Spirito Santo, che opera dentro di noi per restaurare ciò che è stato danneggiato e trasformarci secondo la Parola di Dio. La confessione, il perdono e la purificazione hanno anch'essi un posto importante in questo processo. Le Scritture insegnano che la Parola di Dio ha il potere di purificarci e rinnovarci (Giovanni 15:3; Efesini 5:26), mentre il sangue di Gesù Cristo ci purifica dal peccato (1 Giovanni 1:7-9). Attraverso la preghiera, la proclamazione delle Scritture e l'atto profetico dell'unzione, i credenti possono esprimere la propria fede nel desiderio di Dio di restaurarli pienamente. Coloro che ministrano a qualcuno che ha vissuto una sofferenza emotiva dovrebbero farlo con compassione, maturità spirituale e rispetto per i bisogni di quella persona, senza mai trattare il suo dolore come prova di un fallimento personale o di una fede insufficiente.
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